mercoledì 18 giugno 2008

I fannulloni della cultura italiana all'estero

di Riccardo Chiaberge

Se rischiamo di essere estromessi dagli europei di calcio, come ci piazzeremo nelle Olimpiadi dell'arte e della creatività? L'equivalente della squadra azzurra, in questi campi, è la rete degli Istituti italiani di cultura. Sono ben 88 sparsi in altrettante città di tutti i continenti, da Tirana a Caracas. Dovrebbero essere un punto di riferimento per i nostri connazionali all'estero e una piattaforma di lancio per scrittori, artisti, cantanti.
Ma non fanno bene né l’uno né l'altro mestiere. I dieci istituti più importanti, come Londra, New York o Parigi, sono retti da direttori «di chiara fama» che restano in carica da due a quattro anni. Alcuni si mostrano all’altezza della loro fama, altri no. Ma procurano comunque un danno limitato. Il vero problema è il personale, gli «addetti culturali» e i «contrattisti» che lavorano (o dovrebbero lavorare) alle loro dipendenze.
Gli addetti culturali (due o quattro per ogni sede, di cui molti ex-professori d’inglese o tedesco delle scuole medie in soprannumero, presi in carico dalla Farnesina e spediti nel mondo), per lo più sanno poco della cultura del loro paese e meno ancora del paese in cui si trovano, ma vengono pagati come superesperti (otto-diecimila euro al mese) e si comportano da impiegati statali. Il direttore di un importante istituto racconta di aver convocato una riunione un pomeriggio alle 16,30 con due suoi «addetti» e questi dopo 25 minuti si sono alzati, perché era finito il loro orario giornaliero: «Se no facciamo straordinari e poi ce li deve dare come recupero». Il contratto prevede 36 ore e 17 minuti la settimana di presenza. Ogni minuto in più va a sommarsi al già cospicuo «monte ferie» (42 giorni se la sede è «disagiata», cioè extraeuropea: come se stare a Tokio o a New York comportasse disagi tremendi).
Alcuni di questi signori girano il mondo da vent’anni, cinque anni a Londra, cinque a Buenos Aires, e magari non parlano nemmeno la lingua del posto. Sono i Rom della cultura, un’emergenza per l’erario che il ministro Brunetta dovrebbe affrontare con la stessa «tolleranza zero» che si usa per i campi nomadi. Poi ci sono gli stanziali, legati indissolubilmente a una sede finché morte non li separi: chiamati «contrattisti», sono impiegati che guadagnano circa la metà degli «addetti». Molti sposano indigeni o indigene e si fanno una famiglia in loco, perdendo ogni legame con la lingua e la cultura d’origine. Se gli nomini Ozpetek, Saviano o Cattelan, sgranano gli occhi: loro sono rimasti fermi ai tempi di Pavese e Sofia Loren. Molti non si prestano nemmeno più a fare gli interpreti, ruolo che cedono volentieri ai giovani locali, disposti a lavorare 10-12 ore al giorno per mille euro mensili.
Ci sono per fortuna le eccezioni, funzionari colti e volonterosi, che fanno onore al Paese. Ma devono remare controcorrente in un oceano di mediocrità e di fannullaggine. E i direttori non hanno nessun potere di promuoverli, come non ne hanno di licenziare gli ignoranti. Così, invece di esportare il made in Italy artistico e letterario, diffondiamo nel mondo due prodotti tipicamente nostrani: la burocrazia e l’incultura.

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lunedì 16 giugno 2008

L’ENCICLOPEDIA WIKIPEDIA AVRÀ 100 MILA ARTICOLI IN ESPERANTO

MILANO\ aise\ 16 giugno 2008 - Wikipedia, la più grande enciclopedia libera in rete, in esperanto avrà 100.000 articoli. La lingua internazionale esperanto sarà probabilmente la ventesima lingua a raggiungere questo limite.
Ogni giorno la Wikipedia in esperanto http://eo.wikipedia.org/ cresce mediamente di 40 articoli e di qualche centinaio di aggiunte e correzioni ad articoli già esistenti. I collaboratori vengono da molte decine di Paesi e perciò possono immettere le conoscenze di diverse culture del mondo nella Wikipedia in esperanto.
Circa 100 volumi di 300 pagine ciascuno. Complessivamente la versione in esperanto della Wikipedia contiene circa 19 milioni di parole, per cui in media ci sono 190 parole per articolo o 20 linee di testo. Mettendo 600 parole su una pagina una possibile edizione a stampa avrebbe 30 000 pagine o 100 volumi di 300 pagine ciascuno.
Alcuni articoli hanno solo una frase. Altri articoli, come quello sui "delfini" o sul "muro di Berlino" hanno delle presentazioni dettagliate del tema specifico.
Con il 20° posto raggiunto nella Wikipedia la lingua esperanto conferma la sua posizione tra le lingue internazionalmente più usate. L'esperanto è una delle nove lingue in cui il Centro di Informazione in Internet della Cina http://esperanto.china.org.cn/ pubblica le sue notizie. Il motore di ricerca Google offre l'esperanto come una delle 42 lingue di ricerca.
Nel censimento in Lituania nel 2001 l'esperanto raggiunse il 16° posto tra le lingue straniere parlate dalla popolazione. Nel censimento dello stesso anno in Ungheria l'esperanto raggiunse il 18° posto.
Benché la prima grammatica dell'esperanto sia stata pubblicata nel 1887, quindi 121 anni fa, la lingua viene ora parlata da persone in più di cento Paesi in tutto il mondo.
Essa oggi occupa uno dei primi posti come lingua usata a livello internazionale e può essere chiamata "lingua in crescita nel 20° secolo": Nessuna altra lingua ha potuto migliorare la sua posizione tra le circa 6.000 lingue del mondo nel corso di un secolo dall'ultimo posto ad uno dei primi 50. (aise)

giovedì 12 giugno 2008

L’Italia un brand da difendere all’estero

di Riccardo Viale

Il Sole 24 ore, 12 giugno 2008
Perché in questi giorni vi è una grande prcoccupazione nel mondo industriale per i fatti di Napoli? Perché, oltre alle ragioni che sono comuni a tutti i cittadini responsabili del nostro Paese, vi è quela addizionale del grave danno che sta creando all'immagine dell'Italia all'estero e all'export dei nostri prodotti? Come si evidenzia dalla fotografia dei rifiuti a Napoli, pubblicata in prima pagina sul New York Times. Ed è dei giorni scorsi la notizia che il famoso serial «Sex and the City» non utilizzerà più le griffe italiane. Sarà un caso. Certo, però, che di casi così se ne cominciano a osservare.
Recentemente «Futurebrand» ha pubblicato il nuovo indice sui brand Paese (Country Brand Index). L'Italia dalla prima posizione del 2005 è passata alla terza nel 2006 fino alla quinta enl 2007. I fatti di Napoli ppossono diventare il catalizzatore di un ulteriore indebolimento dell'immagine Italia, inizíato con vari fenomeni come il declino economico, l'invecchiamento della popolazione, il pessimismo diffuso, il collasso dei servizi pubblici - Alitalia e Fs in testa - lo scandalo dei vini adulterati, il degrado di parte dei nostri beni culturali e ambientali.
Perché è così rilevante l'immagine del nostro Paese per la fortuna dei nostri prodotti e perché questi fenomeni sono così devastanti per essa? Perché fino a poco tempo fa il potenziale compratore medio estero associava all'Italia una serie di caratteristiche positive come la qualità della vita, il gusto per il bello, la gioia di vivere, la creatività, la freschezza e la spensieratezza. Questo modello mentale dell'italianità derivava da vari fattori, dalla nostra storia artistica e dalle caratteristiche umane, culturali e ambientali del nostro Paese fino alla tipologia dei prodotti esportati, soprattutto di quelli di alta gamma.
Ogni volta che il nostro compratore estero si avvicinava a una merce italiana, automaticamente scattava in lui il collegamento psicologico con il modello dell'italianità. E se la tipologia della merce era coerente con questo modello, come nel caso dell'abbigliamento, dell'arredamento e dell'alimentare, la sua propensione all'acquisto era più forte.
Come ogni rappresentazione mentale, però, anche quella dell'italianità non è irreversibile, ma si nutre di conferme continue. Se queste diminuiscono e se in più divengono salienti nella mente del compratore episodi dal forte impatto emozionale, che esaltano qualità opposte, come quelle della crisi dei rifiuti, allora il modello mentale si deteriora. E l'acquirente diventa meno attratto dal made in Italy. Oggigiorno questo è il rischio per le nostre imprese. Come fare a neutralizzarlo? Nel breve termine sembra irrealistico pensare di risolvere le molte crisi in atto. Bisogna allora tentare di neutralizzare i messaggi devastanti dei media stranieri su ciò che avviene nel nostro Paese con un'azione decisa di marketing del brand Italia all'estero. Finora gli strumenti utilizzati hanno fallito questo obiettivo.
Gli Istituti Italiani di Cultura, pur se da anni sottoposti alla critica e insoddisfazione di tutti, non sono mai riusciti a emulare iniziative di altri Paesi come il British Council, il Goethe e il Cervantes. Non riescono né a svolgere il compito tradizionale di pubblicizzare il meglio della nostra cultura umanistica, né ad assumere ruoli più moderni come la promozione della cultura italiana in senso allargato, dal design industriale alla moda all'architettura allo stile di vita fino alla cultura materiale e immateriale delle varie identità territoriali.
Manca all'estero un vero ambasciatore dell'espressione estetica del nostro Paese che sappia contrastare i messaggi di bruttezza e desolazione che arrivano dall'Italia e vengono veicolati dai media locali.
Manca all'estero un regista della diffusione del binomio cultura e prodotto italiano, anche per la scarsa attività della maggior parte degli Istituti del Commercio estero. Dall'epoca del ministro Gianni De Michelis, vent'anni fa, fino agli impegni del ministro Franco Frattini, (evidenziati nella lettera in risposta a un articolo di Salvatore Carrubba pubblicata sul Sole-24 Ore del 22 maggio) si parla, periodicamente, di riforma radicale degli Istituti. Alcuni studi hanno mostrato anche la strada da seguire: riduzione delle sedi e concentrazione delle risorse in quelle più strategiche per l'immagine dell'Italia; presenza di manager della cultura, di esperti di marketing territoriale e di fond raising, controllo di gestione e valutazione dei risultati; integrazione con le organizzazioni imprenditoriali, camerali e turistiche.
Forse i cambiamenti richiesti potrebbero essere, però, troppo profondi per essere sopportati dall'attuale configurazione organizzativa. Troppo forte potrebbe essere l'inerzia e la path dependance istituzionale per consentire una seria riforma. In questo caso sarebbe auspicabile l'esternalizzazione delle loro funzioni in un'agenzia esterna creata dalla collaborazione pubblico privato
e la contemporanea realizzazione nelle principali città del mondo di iniziative simili alla Casa Italia che aprirà prossimamente, a Shanghai, promossa dalla Triennale di Milano con alcune importanti aziende italiane, che amplia la fortunata esperienza "Spazio Design" di Tokyo.

martedì 27 maggio 2008

Voglio Saviano all'Istituto Italiano di Cultura ad Amsterdam

Dalla rubrica ITALIANS del Corriere della Sera, 23 maggio 2008

Gentile Severgnini,
ero alla presentazione del suo libro ad Amsterdam, lunedì, e innanzitutto volevo ringraziarla della piacevole serata. Sono lo studente che alla fine le ha domandato del film di Saviano e del fatto che quest'ultimo dicesse che non sarà mai invitato dagli Istituti Italiani di Cultura perchè parla di un'Italia scomoda che si vuole nascondere. Se si ricorda, le ho chiesto un consiglio su come noi Italians all'estero possiamo rispondere alle mille domande che gli stranieri ci pongono in un misto di curiosità e presa in giro su questa Italia che i media stranieri rappresentano sempre più spesso come un paese che va a rotoli. Volevo solo dirle che oggi ho scritto all Istituto di Cultura ad Amsterdam chiedendo se e quando inviteranno mai Saviano. Anche se durante l'incontro sono stato rassicurato dal responsabile dell'Istituto su un prossimo invito a Saviano, dubito che accoglieranno mai la mia proposta. Mi domandavo quindi se fra i suoi mille impegni troverà prossimamente il tempo magari di tornare qui ad Amsterdam e presentare il film assieme a Saviano. Sono sicuro che la sua voce presso il nostro Istituto di Cultura troverà maggiore ascolto di quella del sottoscritto.
Michele Cimmino, ma07184@iss.nl

Il direttore dell'Istituto Italiano di Cultura ad Amsterdam, Silvio Marchetti, ha detto pubblicamente che proverà a invitare Saviano: perché non devi credergli? Penso invece che sarà difficile avere l'autore in Olanda: "Gomorra" è tradotto in oltre venti lingue, e il film, dopo Cannes, porterà una valanga di altri inviti. In quanto alla serata: bella e istruttiva (vedi sopra). Grazie a tutti voi.

venerdì 23 maggio 2008

Franco Frattini: “Cultura, il rilancio passa dagli Istituti”

di Franco Frattini

Il piano del ministro degli Esteri


ROMA - Il Sole 24 Ore, 22 maggio 2008
Gentile direttore,
mi permetta di intervenire brevemente nel dibattito stimolato da Salvatore Carrubba dalle colonne del Sole 24 Ore del 16 maggio, al quale ha voluto partecipare, animandolo, l’amico e collega ministro dei Beni culturali, Sandro Bondi. Bene ha fatto Carrubba e altrettanto bene Bondi nel sottolineare che la cultura non dev’essere strumento delle élite per creare consenso, così come non dev’essere, credo, il recinto che protegge il giardino delle «anime belle» dalla contaminazione della vita. La cultura è generosità, condivisione, ha sempre a che fare con la vita e con le persone. Carrubba pone l’apparentemente semplice domanda: a che serve la cultura? Mi viene da rispondere altrettanto semplicemente: a vivere meglio. A capire più a fondo il senso della vita e del nostro essere al mondo, a esprimerlo, a renderlo evidente in una forma: un quadro, una parola, un gesto.

Sia Carrubba che Bondi hanno poi scritto che compito della cultura è difendere l’identità, lo sottoscrivo. Senza dover diventare elemento di chiusura, la nostra identità culturale va custodita e rafforzata, perché soltanto chi è consapevole di sé è pronto al dialogo con l’altro. Di contro, debbo dire che certa accondiscendenza relativista mi pare sempre più il rovescio scialbo della stessa medaglia dell’intolleranza.

Ma passo rapidamente alla parte dei discorsi di Carrubba e Bondi che più mi riguardano e che mi chiamano in causa nel ruolo di ministro degli Affari esteri.

Non mi sfugge, va da sé, il ruolo politico che ha la cultura: proprio nell’etimo di politica, di governo della cosa pubblica, insomma, la cultura e in particolare la cultura italiana è un formidabile strumento di sviluppo e insieme di promozione complessiva del nostro Paese nel mondo. L’idea di affidare alla cultura il compito di promuovere - accanto all’immagine - anche l’impresa italiana ha caratterizzato la mia precedente responsabilità alla Farnesina sotto l’impulso del Presidente Berlusconi, al quale prima di tutto si deve il nuovo indirizzo di una diplomazia italiana al servizio dello sviluppo del Paese.

Ma il gemellaggio cultura-sviluppo economico non è solo funzionale ai protagonisti italiani del mercato. È vitale per la stessa cultura, la cui produzione e promozione sempre di più ha bisogno di risorse private. Ed è anche vitale, soprattutto se sarà capace di portare il meglio della cultura d’impresa proprio nell’ambito della promozione e della produzione culturale: il che significa - certo rifuggendo da ogni tentazione di Minculpop - non rinunciare però all’idea di inserire nel pluralismo della produzione qualche idea forte, omogenea, capace di essere il "segno" di un piano della comunicazione italiana anno dopo anno. Il che significa utilizzare di più i prodotti - farli circolare - e realizzare nello stesso tempo economie di scala e caratterizzazioni di un’immagine italiana altrimenti abbandonata alla dispersione delle tematiche e delle risorse.

Proprio in funzione di queste rinnovate esigenze, ha ragione Bondi nel richiamare il tema e il ruolo degli Istituti italiani di cultura all’estero.
Agli Istituti spetta il compito e l’ambizione di poter essere la macchina della lingua e dello stile italiano, del made in Italy. Sono a tal punto d’accordo con il suo richiamo dall’aver deciso di trattenere nella mia diretta responsabilità la delega per la cultura. Soprattutto per portare a compimento in questo ciclo legislativo - sono certo con il concorso dell’opposizione - una nuova legge sugli Istituti (a oltre 20 anni dalla legge di Gianni De Michelis) capace di modernizzarne il ruolo e di farne la vera punta di lancia di una «voglia di Italia» che molti segnali ci dicono mai sopita. Al contrario in ripresa, come dimostra la crescente richiesta di iscrizioni ai corsi di lingua italiana in tutto il mondo.

Io stesso mi sono battuto a Bruxelles - il cui Istituto deve tornare al rango che gli spetta - perché le nostre imprese, e Confindustria in particolare attraverso il braccio scientifico della Luiss, prendessero per mano il sogno di una scuola italiana nella capitale d’Europa. Idea simbolo di una ritrovata voglia italiana di ripresa, di orgoglio e, soprattutto, di coraggio. (Franco Frattini *- Il Sole 24 Ore, 22 maggio 2008 )

*Ministro degli Affari Esteri

lunedì 12 maggio 2008

GLI SPLENDIDI MOSAICI DI RAVENNA A COPENAGHEN

Speciale Cultura

COPENAGHEN\ aise\ 6 maggio 2008 - I celebri mosaici di Ravenna del V e VI secolo, conosciuti in tutto il mondo come splendidi capolavori dell’arte bizantina, saranno esposti Copenaghen. Certo non è possibile portare fin qui quelli custoditi nei sette edifici sacri della città italiana, ma in una mostra che si apre il 7 maggio al museo Thorvaldsen si potrà visitare un’esposizione di copie preziose, eseguite a grandezza naturale negli anni Cinquanta da grandi maestri del mosaico che ne hanno fatto delle riproduzioni perfettamente fedeli agli originali.
Il loro lavoro non si è limitato a riprodurre tutte le tessere con i loro toni cromatici e le loro posizioni, ma è riuscito a collocarle una per una in profondità diverse, a diversi livelli, così come avevano fatto gli antichi. Il risultato è quello che offrono a Ravenna gli splendidi mosaici originali, dove ad ogni spostamento il visitatore ha l’impressione di vedere immagini che si accendendono o si spengono, che brillano o scompaiono nell’ombra, dove gli ori e i colori sembrano dare alle figure una vitalità che suscita emozioni. Le immagini raffigurate rivelano il messaggio biblico ed i contenuti della sua teologia. Esemplari sono i mosaici della basilica di S.Vitale con i quadri imperiali di Teodora e di Giustiniano, ricchi di simbologie legate alla vittoria della cristianità e dell'impero romano d'oriente che espresse i suoi programmi di diritto, di civiltà e di cultura.
L’iniziativa di Copenaghen, promossa dall’Istituto Italiano di Cultura, è uno dei maggiori eventi organizzati nel cinquantesimo anniversario della presenza culturale italiana in Danimarca. La mostra, che si apre il 7 maggio alle ore 19 e durerà fino al 29 giugno, è organizzata in collaborazione con il Comune di Ravenna, la Regione Emilia Romagna e sotto il patrocinio dell’Ambasciatore d’Italia, Andrea Mochi Onory di Saluzzo, che presenzierà all’inaugurazione.
(l.s.\aise)

sabato 3 maggio 2008

Apre stasera la mostra "Visconti 100 anni"

Organizzato dall'Istituto di cultura di Ankara insieme all' "Associazione culturale Colosseum" di Roma

News ITALIA PRESS, 2 maggio 2008
L’istituto di Cultura di Ankara realizza in collaborazione con la Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università Anadolu e l’Associazione culturale “Colosseum” di Roma., il X Festival Internazionale del Cinema di Eskisehir all'interno del quale sarà presentata la mostra “Visconti 100 anni”.

La mostra, a cura dell’Architetto Luciano Calosso, sarà inaugurata venerdì 2 Maggio alle ore 18.00 e potrà essere visitata fino al 12 maggio presso la Galleria d’Arte Cagdas Sanat al Campus Yunus Emre dell’Università Anadolu.

La mostra “Visconti 100 anni” si pone come obiettivo quello di raccontare al più vasto pubblico internazionale la figura del Maestro Luchino Visconti. Saranno presentate cento fotografie, i costumi ispirati ai suoi film, la filmografia per tratteggiare il ritratto di un protagonista del suo tempo, un grande artista italiano che dedicò la sua vita alla cultura. Saranno esposti in esclusiva i gioielli originali di scena indossati dalle attrici dei più importanti film di Luchino Visconti corredati dalle foto di scena.